AFRICA


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TEMPORALE MURSI GRUPPO sul fiume OMO tra i KARO

GRUPPO sul fiume OMO tra i KARO

TEMPORALE MURSI : AI CONFINI DELL’ETIOPIA LUNGO LA VALLE DELL’OMO RIVER, ALLA RICERCA DI RITI E TRADIZIONI ETNICHE (Omo River Etiopia)

Donna KONSO con piercing auricolare

Donna KONSO con piercing auricolare

“Ciali, ciali…Ciao, ciao” ripete Gurmai nel dialetto locale, rivolgendosi ai primi Mursi incontrati all’interno del Mago National Park. Un sorriso largo a 32 denti accompagna il saluto del giovane militare di etnia Karo che affianca il gruppo, che i Mursi, riconoscendo per i ripetuti servizi di vigilanza con i visitatori, ricambiano con un beneaugurale “Luqurri, luqurri…my friend, my friend”. L’arrivo ad Arsereghe, il villaggio dove facciamo campo con le tende, è seguito dall’accoglienza di voraci mosche e tafani vampiri con un benvenuto a sanguisuga che ancora le mia braccia ricordano, accompagnata da afa ed una sensazione di appiccicaticcio, che solo il calore del mio familiare scirocco siciliano mi fa richiamare alla mente, mentre la fronte gronda sudore col desiderio di spiaccicarne qualcuna o quantomeno di schivarne l’atterraggio sul corpo. Il fastidio, benchè preannunciato da letture informative, è sempre diverso dalla realtà, ma comunque affievolito dal desiderio realizzato di essere finalmente tra i Mursi.

UOMO MURSI con Body Painting

UOMO MURSI con Body Painting

Dieci anni fa durante un precedente viaggio in Etiopia, avevo tentato l’ingresso nel Mago Park, sfortunatamente impedito da un violento nubifragio su Jinka, che gli autisti allora denominarono “pioggia a macchia di leopardo”. Adesso il ricordo della serata dopo la cena è ancorato alle grasse risate di tutti raccolti a cerchio intorno al fuoco, mentre il “maestro Gianluca” richiamato più volte col suo nome per fare fotografie a manetta, viene apostrofato ripetutamente dal capovillaggio, accanto cui è seduto, sentendosi ripetere a cantilena nell’unico verso udito e memorizzato “Giallù…foto”. Durante la notte mentre ognuno è nella propria tenda un temporale si abbatte sul campo. Fulmini e tuoni si succedono ripetutamente squarciando il cielo, accompagnati da violenti scrosci d’acqua. La paura di essere invasi dall’acqua e rimanere intrappolati come topi è reale e la mia tenda, che condivido con Massimo, per un malfunzionamento della presa d’aria da cui filtra acqua copiosamente, è in pochi minuti allagata e come 2 naufraghi usciamo, zampettando nel pantano e con la pioggia battente sulla testa, trovando riparo nell’auto degli autisti e nella tenda del capodriver Ibrahim. “Ancora pioggia a macchia di leopardo”…ripeto nei miei pensieri…ma stavolta siamo dentro il parco con i Mursi e la precipitazione come arriva fragorosa, in meno di 1 ora cessa, concedendo finalmente il riposo ai campeggiatori, rassicurati dai solerti autisti in giro tra le tende per accertarsi che per ognuno sia tutto a posto. Il mattino seguente il sole subito dispensa i suoi raggi caldi, facendo cambiare fisionomia al panorama circostante per la presenza di 2 alberi che hanno fruttificato tra i loro rami…alcune tende…le nostre stese li ad asciugare! I Mursi curiosi e avidi di birr si avvicinano al campo proponendosi con una bella luce fotografica ai numerosi shoot, chiedendo in contraccambio denaro, dando inizio alla tanto attesa visita ai villaggi Arsereghe e Pile. Il popolo Mursi è il più noto gruppo etnico nella Etiopia del sud, essendo stanziale nel Mago National Park e intorno al fiume Omo, lungo le cui rive allevano bovini e coltivano sorgo, mais e fagioli. Le donne Mursi dipingono il loro corpo e il viso di polvere bianca e sono famose per l’uso dei piattelli labiali, il cui inserimento può cominciare fin dall’età di 15 anni;

donna MURSI con piercing nel labbro inferiore, al naturale senza inserimento del PIATTELLO

donna MURSI con piercing nel labbro inferiore, al naturale senza inserimento del PIATTELLO

Il trattamento di esso inizia intorno al decimo anno d’età, quando il labbro inferiore viene bucato e nel piccolo foro viene inserito un bastoncino di legno; il foro viene successivamente allargato introducendovi pezzi di legno di dimensioni sempre maggiori sino a che il labbro diviene un anello di carne molto elastica, per passare poi, dopo l’estrazione degli incisivi inferiori che ne facilita l’uso, all’introduzione di un piattello di argilla.

DONNA MURSI CON PIATTELLO LABIALE

DONNA MURSI CON PIATTELLO LABIALE

Più grande è il piattello d’argilla, più il valore della donna sale agli occhi di chi la sposa. Una teoria sulla funzione di questi piattelli ne motiva l’origine al tempo della tratta di schiavi, susseguita alle spedizioni di Vittorio Bottego nella valle dell’Omo River nel 1890, per cui l’abbrutimento delle donne con il piattello ne deprezzava il valore commerciale, evitandone la schiavitù e la conseguente compravendita.

gruppo MURSI con piattello

gruppo i donne MURSI con piattello

Anche gli uomini Mursi usano polvere bianca per i loro corpi e volti e praticano scarificazioni varie sul corpo, che ne identificano il loro status di eroe per aver ucciso un nemico. Come qualsiasi altra tribù etnica nella bassa valle del fiume Omo, gli uomini devono superare un test prima di potersi sposare, svolgendo un rito chiamato “Donga”. Durante questo l’uomo con un bastone deve affrontare un avversario tra giovani pari, cercando di batterlo; infine il vincitore è accolto da un gruppo di donne in età da marito per determinare chi si sposerà.  L’equipe degli autisti etiopi si rivela ottima e con loro in corso di viaggio il gruppo fa amicizia, socializzando in un modo tale che i loro nomi vengono italianizzati o apostrofati con familiarità: Zemarian diviene Gianmaria, Ibrahim…Abramo, Menghistu…Menghy, Andamlak…Andy, Sintaido…Sinta, mentre nell’autovettura dove stanno insieme 4 romani Biruk viene ribattezzato “Brukke”…insomma abrukke a vie’qua!! Laura, Anna e Stefania approfondiscono il vocabolario amharico con la mediazione di Andua. La parte meridionale dell’Omo River Valley è uno dei luoghi più unici al mondo, considerato nel 1980 dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità, riconoscendovi delle peculiarità straordinarie: in nessun altro luogo del pianeta sono concentrate così tante popolazioni diverse da un punto di vista genetico, linguistico e sociale. Uomini, donne e bambini indossano accessori che indicano           chiaramente quale sia la loro etnia: l’identità tribale viene così definita da collane, pettinature o tatuaggi che accostano tra loro i colori del bianco e rosso, nero e giallo-ocra. Nel tempo le etnie hanno imparato ad usare sempre queste particolari acconciature come richiamo commerciale per i visitatori, ottenendo birr in cambio di uno spot fotografico. Visitando i principali villaggi e mercati settimanali di Key Afer, Turmi, Dimeka e Aldaba, conosciamo le consuetudini degli Hamer, Banna, Tsemay, Karo e Galeb. Caratteristiche comuni alle donne sono i succinti vestiti di pelle di capra, adornate con le cipree del mar Rosso e le calebasse (zucche essiccate, variopinte e decorate) usate come borsette; quelle comuni agli uomini sono il possesso di bestiame, soprattutto bovini, che costituiscono il loro status sociale di ricchezza e che conducono, in lenti e insicuri viaggi, fino alle sponde dell’Omo per abbeverarli durante i mesi della stagione secca. Molti uomini si modellano sulla testa una crocchia di argilla sormontata da penne di struzzo, detta”cercine”, che dimostra il loro valore per aver ucciso un animale feroce o un nemico in battaglia, mentre per evitare di rovinare le acconciature dormendo usano i “borkotos”, poggia testa di legno, che portano sempre con sé con la duplice funzione di sgabello per riposare. Le donne Hamer sposate portano l’esente, collana di ferro che viene usata tutta la vita, che può avere davanti una protuberanza fallica detta “bignere”, che indica lo status sociale di prima moglie, mentre le nubili hanno un disco metallico infilato fra i capelli. Un po’ difficile distinguere l’etnia tra donne Hamer, Banna o Tsemay; mentre le prime hanno un caschetto di capelli impastati in treccioline con l’aggiunta di ocra, le Banna usano un colore di capelli più brunito, adornandosi con collane e fasce di perline multicolor, e hanno l’orlo posteriore della gonna in pelle definito da un bastoncino di legno. Banna e Tsemay, sia uomini e donne, portano inoltre tra i capelli clips coloratissime fermaciuffi. Un rito molto praticato e famoso tra gli Hamer è il “Bull Jumping…salto del toro”:

DSC_4343 SALTO DEL TORO - il Maz

SALTO DEL TORO – il Maz (etnia HAMER)

 

SALTO DEL TORO  - ballo delle donne Hamer

SALTO DEL TORO – ballo delle donne Hamer

il ragazzo nella fase del suo passaggio dalla pubertà all’età adulta è destinato a dimostrare la sua virilità saltando una decina di buoi affiancati, correndo sulla loro schiena e senza cadere per quattro volte. E’ una cerimonia lunga e complessa: il ragazzo viene incoraggiato a aiutato nelle preparazioni al rito dai suoi amici “maz” che hanno già saltato il toro, che usano decorarsi con un particolare maquillage “face painting” e consultare gli auspici per il suo futuro. Le donne parenti invece devono farsi frustare dai maz o si frustano da sé per dimostrare il loro affetto, riportando sulla schiena vistose cicatrici, che sono un orgoglio per le giovani donne. Il ragazzo denudato percorre il sentiero verso la radura dove salterà portando in mano un bastone a forma di fallo che viene baciato tre volte da ogni giovane donna in segno di benedizione. Se il ragazzo non riuscirà nel salto (è permessa una caduta) sarà preso in giro per tutta la vita e non avrà futuro, invece se la corsa avrà successo il ragazzo diventerà maz e, rivestito, verrà accolto nella famiglia, cominciando il suo lungo cammino nella struttura sociale della sua etnia. Tra acacie e verdi altopiani e guadando fiumi la carovana di 5 jeep avanza compatta nonostante il numeroso gruppo di 18 persone eterogenee, con una grossa passione in comune…l’appetito! Poche potenzialità gastronomiche etiopi, a parte la sfoglia spugnosa ottenuta dalla farina di teff detta “injera” accompagnata da salse speziate, non sono un problema. Infatti una fornitissima cambusa di formaggi e salumi doc italiani al seguito è il pretesto di fare quotidiane pause pranzo, che il coltello affilato e la pazienza di Giovanni contribuiscono a riempire gli stomaci oltremisura, al punto che Pino, desiderando una semplice cotoletta alla palermitana, sbuffa…”al rientro a casa non toccherò salumi per almeno 2 mesi”. L’approfondimento etnografico prosegue con visite nei villaggi Karo, Galeb e Borana. Khorcho, a guardia panoramica sulla sponda orientale del fiume Omo, è un povero villaggio di capanne di etnia Karo. Uomini e donne, per la legge del contrappasso, pur non avendo nulla hanno imparato ad adornarsi in modo povero ma molto creativo; il body painting è uso predominante di tutti gli abitanti, che hanno i volti affrescati con ocra, gesso bianco, polvere rossa di ferro e brace nera di carbone e le teste acconciate con pannocchie di mais o foglie d’erba. Le donne si trafiggono il mento con un chiodo o un bastoncino di legno e praticano scarificazioni addominali provocate da rigonfiamenti con acqua e cenere sulle incisioni della pelle, ma mentre nelle donne esse sono un richiamo sessuale, negli uomini rivelano invece l’uccisione di un nemico o di un animale pericoloso e maggiore è il numero delle linee, maggiore è il numero dei rivali che un Karo ha ucciso. Sullo scenografico e naturale balcone sul fiume un viavai continuo come sentinelle di uomini e donne con il corpo dipinto invita a numerosi scatti fotografici, ai quali si propone anche il simpatico autista “Brukke”, dopo aver ceduto alla moda locale facendosi pitturare Karo-style mezza faccia. Sulla sponda occidentale del fiume Omo, attraversato con scomode canoe arcaicamente intagliate in tronchi di albero, vivono i Dassanech o Galeb, che originari del Kenia sono da anni in fuga perseguitati dall’ espansione di altri gruppi tribali ostili. Le loro capanne sono a forma di cupola, fatte con materiale riciclato (cartone, foglie, latta, tronchi), mentre la loro economia si basa principalmente sull’allevamento del bestiame anche se negli ultimi anni si dedicano anche alla pesca e all’agricoltura, privilegiando le colture del mais e del cotone; le donne sono tutte a seno nudo su cui pendono collane colorate e hanno capelli raccolti con treccine coperte da fasce di perline; tutti hanno un originale piercing sottolabiale con un’originale piuma di uccello o bastoncino di legno o spina di acacia, prediligendo originali acconciature con copricapo fatti con materiale riciclato come tappi di bottiglia e astucci di penne, mentre tra gli anziani è praticato il piercing auricolare con anelli di vario. tipo. Le serate dopo ogni cena sono allietate sempre da passatempo con giochi di società, che mettono a nudo alcuni piccoli segreti tra le ilarità dei presenti e la regia di Marco, Massimo e Simone. Memorabili anche i cori di canzoni alpine che l’affiatato duo Giovanni e Piero, bergamaschi doc, propongono sul tema…non c’è competizione con loro! Proseguendo tra acacie spinose e incrociando diverse mandrie di dromedari, diventa molto vicino il confine con il Kenya…è il territorio dei Borana. Essi vivono in capanne di canniccio, tenute assieme dall’argilla e dal fango, che sono piccole e facilmente smontabili per essere trasportate durante le lunghe transumanze. I Borana sono guerrieri bellicosi e aggressivi e ritengono che chi non ha ucciso nessuno non è degno di sposarsi; a differenza delle altre etnie locali, tutte animiste, essi sono invece musulmani e le donne vestono abiti lunghi multicolori. In questa terra di confine appare all’improvviso El Sod, un povero villaggio sul bordo di un cratere vulcanico spento, nel cui fondo c’è un lago nero. Scendendo a piedi sulle rive del lago, alcuni raccoglitori di sale sono al lavoro seminudi per estrarre in apnea dal fondo melmoso un sale nero e limaccioso molto pregiato che viene poi portato su con gli asini e venduto nei mercati locali.

EL SOD il gruppo con estrattori di sale

EL SOD il gruppo con estrattori di sale

EL SOD estrattore di sale

EL SOD estrattore di sale

E’ impressionante osservare questo lavoro, molto duro e svolto ancora manualmente….mani e ceste e il rudimentale uso di 2 rotolini di carta trattenuti da un filo metallico come tappi stringinaso e auricolari, atti a facilitare la compensazione durante l’immersione subacquea. Al ritorno a piedi per il ripido sentiero c’è finalmente modo di sudare un pò…i carboidrati degli insaccati ingurgitati in questi giorni hanno arrotondato il profilo e lo sforzo della risalita fa riguadagnare la linea… ovviamente c’è chi fa il furbo e salendo monta sui ciuchini, appesantendo loro…poveri! Da El Sod l’area dei Konso è vicina con i due splendidi villaggi visitati Machekie e Gamole: essi sono molto grandi e presentano capanne recintate da muretti di pietra da cui sbucano così tanti bambini da intralciare il passo. Inoltre sono organizzati in sezione, ognuna delle quali ha una “mora” casa comunitaria e una piazza cerimoniale, in cui vengono eretti i pali delle generazioni, uno ogni 18 anni. Una tradizione in disuso, ma ancora visibile tra i Konso, è quella di erigere “Wagas” statuette in legno che vengono intagliate in onore dei guerrieri deceduti. Il culto degli antenati, sotto le effige di “totem” ha infatti una straordinaria importanza, perché sono “qualcosa dei padri” che tramanda la vita, la storia di un grande defunto, eroe o uomo importante. A Konso il dopo cena è allietato da Marco, simpatico barman che dà prova della sua bravura preparando gustosi cocktails, che precedono una festa disco, coinvolgendo il gruppo stavolta posto al centro dell’attenzione dei locali. Bruno e Julia partecipando alla festa, raccontando i loro giovanili e alternativi vissuti sessantottini tra freaks, figli dei fiori e beat generation. Il viaggio era cominciato con un’innovativa visita nell’area di Gambela, al confine sudoccidentale con il Sudan, dai cui territori limitrofi Nuer e Anuak sono da tempo giunti fino alle paludose pianure etiopi oltre il fiume Baro, diventandone stanziali.

Uomo ANUAK con scarificazioni

Uomo di etnia ANUAK con scarificazioni

Entrambe queste etnie sono dedite all’allevamento del bestiame, verso cui nutrono un attaccamento quasi viscerale, accarezzandone le corna; donne e ragazzi per fare produrre più latte soffiano dentro la vagina delle mucche con forza, convinti così che il latte esca più abbondantemente dalle loro mammelle. Il loro corpo statuario è coperto di cenere e urina di vacca, composto che allontana gli insetti malarici ed è uso diffuso fumare particolari pipe con fornello di creta e un lungo cannello di legno. I Nuer, che sono alti anche oltre 1,90 mt, praticano a 15 anni il rito d’iniziazione con una scarificazione su petto e fronte con 5 o 6 profondi tagli orizzontali o leggermente a V. Durante la scarificazione il ragazzo si deve mostrare calmo per evitare la deviazione della lama, che provocherebbe una malfatta scarificazione, segno di vigliaccheria. Durante la visita del villaggio di Itang, Alessandro con la sua esuberanza e simpatia supera la ritrosia dei locali, che solitamente appellano “farenji” gli stranieri, diventando il beniamino dei bambini, al pari di un capo-scout con i subalterni giovani lupetti, che lo accompagnano fino alla jeep con grande acclamazione. Attraversando i verdi altopiani della regione Kafa, tra piantagioni di te e caffè e villaggi Guraghe con le case dalle facciate variopinte, la carovana di jeep raggiunge Arba Minch e la zona dei Dorze sui monti Guge. Le loro capanne sono veramente uniche: superano i 10 metri di altezza con i tetti di forma conica che presentano una protuberanza sulla porta d’ingresso, simile ad un grande naso; le donne lavorano la foglia del falso banano “ensete”, sfibrandola e riducendola in polpa, che dopo la fermentazione, viene spianata e cucinata, diventando “kotcho” pane vegetale. A Chencha il settimanale mercato dei Dorze, avvolti nei tipici shamma candidi e intenti nelle loro compravendite o nel sorseggiare “tej” acool ricavato dal miele distillato o “tella” birra ricavata artigianalmente da miglio o mais, dispensa nuovi scatti fotografici e bei ricordi, al pari di quello legato all’incontro un po’ troppo “ravvicinato” di Patrizia con la guida dai capelli rasta durante la visita dello stesso villaggio, tormentone ironizzato di tutto il viaggio. Sulla strada un pitone spiaccicato da precedenti grossi mezzi attira l’attenzione di Massimo, che scendendo viene immortalato da numerosi scatti mentre misura con le sua braccia possenti la lunghezza del serpente, sembrando quasi dire…”aho a spanne so’ 2 metri ! In auto Tommy, al pari di Eta Beta, tira fuori dal suo zaino 101 accessori fotografici, finchè non trova l’inverter da collegare alla presa dell’accendisigari dell’auto, utile per caricare batterie fotografiche e cellulari, ricevendone preziose prenotazioni per il suo uso fino all’ultimo giorno del viaggio; Laura invece ironizza con Ibrahim sulle sue presunte doti di speedy driver ripetendo a cantilena…”autista matto, tutto matto”. Procedendo verso Addis Abeba, dopo una sosta al mercato del pesce di Awasa, per osservare da vicino i pescatori Sidamo al rientro dalle battute di pesca nell’omonimo lago, mentre pellicani e marabù aspettano accorti di gustarne gli scarti, una deviazione programmata dal percorso di rientro fa gustare uno tra i panorami naturalistici più interessanti e insoliti dell’Etiopia, il Bale Mountains National Park. L’area è abitata da etnie Oromo, principalmente agricoltori e allevatori di bestiame, famosi anche per le loro abilità equestri, per cui spesso si muovono al galoppo sui cavalli. Il Parco Nazionale dei Monti Bale, compreso tra i 1.500 ed i 4.377 mt del Sanetti Plateau, è la più grande area di habitat afro-alpina in tutto il continente di numerose specie vegetali, tra cui la spettacolare lobelia gigante, e animali endemici dell’Etiopia, tra cui in particolare il nyala, il lupo etiope e uccelli come l’ibis e il corvo abissino. Nel lodge di Dinsho trascorriamo allegramente 2 notti, nonostante la scomodità logistica, dormendo in sporchi stanzoni…tutti meno Simone e Alessandra, che preferiscono stendere i loro sacchi a pelo sui materassini poggiati sul pavimento della stanza da pranzo. Qui è preparata l’ultima cena autogestita con spaghetti al timo selvatico, raccolto proprio nel parco, magistralmente cucinati dagli chef di turno Massimo, Alessandro e Gianluca. Con un gruppo di 18 persone e 6 di equipaggio…la presenza di qualche piccolo malessere fisico è stata prontamente debellata dalla disponibilità di Laura, Patrizia, Ida, Alessandra e Pino, personale sanitario al completo…per cui anche il 118 si è ben distinto al seguito carovaniero. A conclusione di uno stupendo viaggio lungo la valle dell’Omo River, alla mia quarta esperienza in Etiopia, non posso che ricordare le belle emozioni legate ai luoghi, alla gente, ma anche al gruppo armonioso e compatto fin dal primo giorno con gli autisti, che con il loro calore hanno fatto conoscere aspetti più umani e conformi alla vita reale etiope, diversa da quella turistica, mentre un desiderio mi viene spontaneo esprimere…Etiopia ritornerò ancora!

Arrivederci Grazie Chow Ameuseueganallo  “I viaggi sono emozioni incastrate nei cassetti della memoria…molte di esse diventano sogni…ed io voglio continuare a sognare viaggiare ancora!

(dal viaggio OMO RIVER ETIOPIA novembre 2013)